Terapia

Il CISAT offre Consulenza clinica e terapia analitico-esperienziale secondo il moderno modello terapeutico – eclettico ed integrato, ed ormai internazionalmente affermato e riconosciuto –, dell’Arteterapia, sia individuale che di coppia, sia familiare che di gruppo.

Sulla base del modello clinico di tipo psicodinamico ed esperienziale messo a punto scientificamente e sul campo al CISAT fin dai primi anni ‘90, verrà prima attuato un lavoro di consulenza clinica volto ad individuare le problematiche personali e gli obiettivi psicologici da raggiungere; successivamente, coniugando all’Arteterapia stricto sensu strumenti diversificati che vanno dalle tecniche di rilassamento come il Training Autogeno ad altre psicologie psicodinamiche e cliniche classiche – specialmente esperienziali: Psicologia della Gestalt e Analisi Transazionale; ma anche la Psicoanalisi nella sua versione contemporanea e preziose suggestioni attinte alla filosofe orientali, quali il Buddhismo Zen ed il Taoismo –, verrà svolta una arteterapia personale.

La terapia si svilupperà, sulla base del caso specifico, non solo in direzione della risoluzione delle problematiche psichiche personali (dai disturbi di personalità alle nevrosi fino ad alcune forme di psicosi), ma anche del benessere, della crescita personale e del problem solving nella vita quotidiana, nei rapporti sociali interpersonali e familiari e nel lavoro: anche e soprattutto per avviarsi su una strada di maturazione e crescita personale, di benessere e di efficace costruttività nell'affrontare la vita ed i suoi continui ed innumerevoli problemi.

 

Teoria e prassi dell’Arteterapia come psicoterapia: i fondamenti

Ia. Teoria ART

L’Arteterapia si è finora sviluppata sulla base di tre modelli incompiuti: come una tecnica essenzialmente riabilitativa o di sostegno rivolta principalmente agli psicotici od ai minorati, fisici o psichici che fossero, intesa a ridurre le minorazioni psicofisiche ed a migliorare le capacità relazionali e di socializzazione dell’individuo affetto da una patologia più che nevrotica; come una sorta di laboratorio di pittura e scultura, attento a cogliere (ed eventualmente ad esprimere) le emozioni connesse alla pratica artistica; o infine in 'forma ancillare', vale a dire come una psicoterapia che si avvaleva delle arti figurative a livello essenzialmente strumentale e secondario nell’àmbito di una tecnica più vasta ed articolata, specialmente psichiatrica.

Essa è stata praticata non soltanto da psicoterapeuti, ma da esperti dei più svariati campi — musicisti, artisti, scrittori, drammaturghi, maestri di scuola, insomma sulla base delle competenze più svariate — restando al di qua o andando al di là della psicoterapia stricto sensu — l’unica che  qui ci interessi — praticata da uno psicoterapeuta, o meglio ancóra da uno specialista in Arteterapia.  Essa è stata sostanzialmente priva sia di un impianto teorico compiutamente definito che la legittimasse scientificamente in maniera univoca e soprattutto autonoma, sia di una qualsivoglia istituzionalizzazione che ne precisasse i cómpiti e gli obiettivi, ne chiarisse le caratteristiche precipue (anche contrastivamente rispetto alle altre scuole psicoterapeutiche) e ne stabilisse i limiti, fissando nel contempo una deontologia professionale.

Molti oggi sono infatti le scuole ed i corsi di scrittura creativa, i laboratorii di pittura e scultura a fini terapeutici o riabilitativi, ed altre iniziative simili; come pure gli psicologi, gli psicoterapeuti e gli psichiatri che adoperano l'arte in forma per così dire 'ancillare', idest come una tecnica fra le altre nell'àmbito di una teoria e di una prassi diverse, che nulla hanno a che vedere con l'Arteterapia.

Qui invece si intende l'Arteterapia come psicologia clinica, ovvero come una ‘teoria ed una prassi psicoterapeutica’ a tutti gli effetti ed autonoma, sviluppando questa disciplina come una scuola di psicoterapia tout court, curata non da scrittori o pittori o scultori o da psicologi di altre scuole, ma da specialisti in questo particolare tipo di psicoterapia; e se ne pongono i ‘fondamenti’ teoretici e pratici.

Fissiamo in ‘ART’ la sigla abbreviativa della disciplina che qui vogliamo proporre sotto il nome di ‘Arteterapia’, intesa come una nuova scuola psicoterapeutica costituita secondo un 'modello integrato' e contrassegnata da tre caratteristiche fondamentali e sue specifiche: l’uso dell’arte e delle sue tecniche come ‘strumento terapeutico’; l’approccio integrato, ove opportuno, con il training autogeno (TA) nella sua formulazione classica; la costituzione eclettica, che le permette di attingere, sia sul piano teorico che su quello propriamente terapeutico, a diverse altre scuole, segnatamente alla Psicoanalisi, alla Psicologia analitica, alla Psicologia della Gestalt ed all’Analisi Transazionale (AT). Ne consegue come rilevante corollario che l’Arteterapia così intesa si configura fra le cosiddette ‘psicologie del profondo’ e che integra ‘tecniche analitiche’ con ‘tecniche esperienziali’.

L'Arteterapia, così intesa, si differenzia altresì dal 'modello americano' (secondo il quale l'Arteterapia va intesa stricto sensu come 'terapia attraverso le arti figurative') in maniera sostanziale, a partire da una ragione fondamentale e distintiva: essa dà infatti uno spazio ed una funzione paritarî sul piano terapeutico, accanto alle 'arti figurative', alle 'arti della parola' (e la poesia in primis, per il suo ben noto livello di espressione e di concentrazione emotive particolarmente intenso ed elevato, che potremmo definire qualitativamente e quantitativamente 'fulmineo', secondo il modello dell'insight o Einsicht o satori o 'illuminazione'; ovvero, come diceva Ungaretti, dell'«illuminazione favolosa»; o ancóra, più popolarmente, la 'lampadina che si accende').

L’Arteterapia si configura come una 'psicoterapia eclettica': essa infatti acquisisce liberamente ma ordinatamente elementi da altre scuole, ritenendo che non sia l’individuo a doversi adattare alla terapia, ma la terapia a doversi adattare all’individuo; e che pertanto qualunque tecnica che ‘funzioni’, ovvero produca risultati, sia da adoperare, di là dai confini delle teorie e delle scuole, che esprimono dei 'modelli ermeneutici' della psiche – 'categorie' kantiane, in ultima analisi – che non vanno mai ipostatizzati. Per questa via l’ART fonde in particolare la prospettiva ‘archeologica’ e ‘diacronica’ di tipo freudiano (Psicoanalisi, Psicologia analitica, Psicologia individuale) con quella ‘sincronica’ delle psicoterapie esperienziali (Psicologia della Gestalt e Analisi Transazionale), privilegiando un approccio comunque pragmatico, teso all’eziologia solo nella misura in cui essa possa servire a risolvere la problematica in fieri, convinta che, seppure sia innegabile che ogni nevrosi abbia una storia e delle concause (piuttosto che una causa), sia terapeuticamente essenziale modificare lo status ‘in atto’ del paziente, hic et nunc. L’ART non rifiuta nel suo complesso neppure la prospettiva cognitivista nelle sue varie accezioni, integrandone ecletticamente i modelli, anche se non ne condivide l’attuale predominio: essa soprattutto ritiene che – come dimostrano l’arte, i processi onirici e creativi – l’analisi dei ‘processi coscienti’, pur indispensabile, non sia sufficiente a rendere compiutamente conto del funzionamento della psiche umana, che ha invece la sua parte più rilevante e saliente nei ‘processi inconsci’.

L'Arteterapia, così sviluppata, si configura inoltre come un 'modello integrato' non solo sul piano specifico delle scienze psicologiche, ma parimenti con le altre 'scienze umane', acquisendo largamente nella sua teoria e nella sua prassi da cinque discipline, da considerare 'primarie' per l'ART: psicologia dell'arte e della letteratura, sociologia, filosofia (estetica in primis), letteratura e storia dell'arte. In particolare, la sociologia fornisce gli strumenti analitici fondamentali per la comprensione del 'campo' in cui si muove e col quale interagisce l'individuo, che l'Arteterapia considera sempre come 'uomo sociale', espressione e frutto inscindibili dell'interazione e della personale e irripetibile fusione dei suoi 'tratti individuali' con il ‘clima socioculturale’ (come lo possiamo chiamare) e la forma mentis della sua epoca.

La nevrosi dell’uomo moderno è anche una ‘nevrosi sociale’, in quanto sempre (direttamente od indirettamente) drammatica espressione della ‘condizione umana’ nella modernità: l’uomo, ridotto (per dirla marcusianamente) «ad una dimensione», spersonalizzato e disumanizzato nei fiammeggianti gironi infernali della ‘città tentacolare’, trasformato in meccanismo senza nome né senso dell’ingranaggio burocratico di frommiana memoria, vive la metafora esile e bellissima della farfalla gozzaniana: destinato a smarrirsi, a ‘perdersi’ nei meandri del labirinto della città, immolato all’immortale Minosse del denaro e dell’utile («with usura», direbbe Pound).

L’obiettivo della psicoterapia, alla fine, è, semplicemente, pratico: l’accrescimento del benessere psicologico; in questo senso, possono esistere due soli tipi di terapia: ‘buona terapia’ e ‘cattiva terapia’.

Nella prassi clinica ci si accorge che, sebbene scopo dell’analisi sia la risoluzione definitiva della problematica nevrotica, è però necessario puntare ad ottenere quanto prima dei sia pur piccoli miglioramenti sintomatici, che avranno il duplice esito di attivare nel paziente quel ‘sentimento terapeutico’ essenziale che è l’ ‘auto-incoraggiamento’ e di impedire che egli abbandoni la terapia non avendo la pazienza e la determinazione sufficienti per aspettare i risultati sui tempi lunghi della guarigione. L’ ‘auto-incoraggiamento’ è in effetti la base per lo sviluppo di quell’«autoefficacia percepita» di cui parla Bandura, indispensabile per il successo della terapia: è solo con essa, infatti, che il nevrotico sentirà di potersi via via riappropriare di sé e della sua vita, non essendo più una zattera in balia delle onde e delle tempeste, ma un potente veliero in grado di sfruttare i venti per arrivare alla sua meta, solcando col coraggio dell’esperto marinaio il ‘gran mare dell’Inconscio’.

Sotto questo aspetto, è necessario lavorare sin dall'inizio su due livelli: a breve termine, ovvero sui sintomi, per dare subito un primo sollievo al paziente e fargli continuare la terapia (l'abbandono del setting coinciderebbe in ogni caso e comunque con il fallimento dell'analisi);  a lungo termine, idest eziologicamente, sulle cause – o meglio sulle concause (diremo con Perls che la nevrosi non ha mai una causa sola, ma sempre una moltitudine di aitia a vario titolo concorrenti). 

Il 'rapporto terepeutico' deve mirare ad un uomo (riprendendo Marcuse) non più «one-dimensional», ma «multi-dimensional»: lo 'spirituale' ed il 'materiale' devono essere in complementare e dinamizzante equilibrio.

L'apporto della filosofia è quindi essenziale: specialmente la 'teoria critica' come è stata elaborata dalla Scuola di Francoforte è interessante per l'Arteterapia, così come tutti i sistemi che potremmo definire 'umanistici', vale a dire fondati sulla centralità dell'uomo inteso non come mezzo ma come fine.

Altrettanto caratterizzante dell'ART è la sua vicinanza con le filosofie orientali, segnatamente il Buddismo Zen ed il Taoismo, ma anche il Confucianesimo: di queste antiche scuole di pensiero essa condivide innanzi tutto il rifiuto della 'malattia della metafisica occidentale' (per dirla alla Derrida), il cerebralismo degli infiniti 'perché', l'iper-razionalismo della cervellotica parcellizzazione di microscopiche analisi e di egotistiche auto-osservazioni, che in terapia non fanno altro che alimentare le razionalizzazioni del paziente; privilegiando invece l' 'essere' come unità e totalità ed il 'come' quale modello ermeneutico, convinta che è nell'attimo che scorre l'eterno. Il nevrotico è anche una persona che è 'separata' dagli altri e dal mondo, ma prima ancóra da se stesso: cómpito del terapeuta è ristabilire questo duplice e parallelo legame, ricostituendo l'unità perduta con il tempo (nel suo scorrere) e con l'universo (nel suo essere totale).

E 'dire l'indicibile' è fondamentale specialmente là dove si affrontano le 'emozioni implose', come quelle depressive e ancor più ansiose, caratterizzate da una aggrovigliata matassa di 'non espresso' che l'arteterapeuta deve dipanare 'sfogliando la cipolla', come direbbe Perls: l'ansia sembra simbolicamente infossarsi nel soma, così come viene descritta nel vissuto ansioso, per poi salire  progressivamente alla testa.

La terapia della nevrosi sarà cadenzata lungo tre successive macro-fasi: riduzione; azzeramento; stabilizzazione – perché senza il consolidamento dei risultati ottenuti il rischio di regressione resterà sempre incombente e la guarigione non potrà mai dirsi definitiva.

L’Arteterapia, infine, ritiene che tre siano le ‘istanze fondamentali’ dell’individuo, una volta soddisfatti i ‘bisogni primarî’ (fame, sete, sonno): ‘comprensione’, ‘riconoscimento sociale’ ed ‘espressione’. Ogni essere umano ha infatti bisogno di sentirsi pienamente e profondamente compreso nelle sue caratteristiche psicologiche, culturali ed intellettuali da almeno un altro individuo; ha bisogno di un ruolo sociale che senta adeguato a sé ed alle proprie caratteristiche e realistiche aspirazioni (l’uomo concreto, di là dalle astrazioni di laboratorio della Psicoanalisi classica, non è mai solo individualità, ma, come diceva Aristotele, «zóon politikón»; idest va sempre inquadrato nel suo 'campo sociale'); ha bisogno di ‘esprimere’ e di ‘esprimersi’ (l’universalità dell’arte ne è la riprova), realizzando in piena libertà la sua necessità di comunicare se stesso e di concretizzare la sua creatività in esiti materiali o spirituali, dal discorso all’azione, dal manufatto alla vera e propria opera d’arte: l’essere umano è fatto per la libertà come l’uccello per il volo, rielaborando una celebre dizione dostojevskijana; e l’arte è proprio libertà nell’ordine e ordine nella libertà.

 

Ib. Prassi ART

Le ‘tecniche fondamentali’ in Arteterapia sono tre:

1. Psicodramma Creativo (PC)

2. Poiesi-Terapia (PT)

3. Icono-Terapia (IT)

L’Arteterapia si divide dunque, innanzi tutto, in Pòiesi-Terapia (PT) ed Ìcono-Terapia (IT): la prima si svolge in due fasi, una ‘attiva’ ed una ‘ricettiva’, entrambi conclusi dalla fase ‘rielaborativa’. In quella attiva, al paziente viene proposto, mediante opportune tecniche, di elaborare dei testi poetici o narrativi; in quella ricettiva, al paziente si chiede di esprimere i ‘vissuti’ rispetto a testi d’autore proposti; nella fase ‘rielaborativa’, si elaborano, con tecniche analitiche ed esperienziali, i vissuti emersi.

Anche l’Icono-Terapia si sviluppa in due momenti: nella ‘fase attiva’, viene chiesto al paziente di produrre un’immagine, avvalendosi di tecniche ad hoc: egli elaborerà, in primis, un disegno, che potrà essere in bianco e nero od a colori; ma potrà avvalersi anche di altre tecniche, a cominciare dalla fotografia. Nella fase ‘ricettiva’, il terapeuta proporrà un’immagine d’autore — tipicamente un quadro, ma anche una scultura od una fotografia —, chiedendo poi al paziente di esprimere i vissuti rispetto a quella immagine.

Lo Psicodramma Creativo (PC) è una forma di ‘psicodrammatizzazione strutturata’ precipua dell’Arteterapia: a differenza dello ‘psicodramma classico’ infatti, esso non è volto, freudianamente, alla ‘ricostruzione archeologica’ del ‘passato’; esso è votato invece alla ‘costruzione del futuro’. Nel corso della seduta viene infatti messo in scena, drammatizzato ed esplorato il ‘mondo del desiderio’ e l’ ‘universo delle potenzialità’ del paziente; idest non ‘ciò che è stato’, ma ‘ciò che sarà’, ovvero ‘ciò che vuole e può essere’: sono dunque in questa maniera evidenti la creatività e la dinamicità di una tale prospettiva, tesa a realizzare la propria vita futura così come si progetta e realizza un’opera d’arte, nel contempo liberando a pieno la creatività e la libertà della persona non meno che, rankianamente (e quasi nietzscheianamente), le forze più volontaristiche dell’individuo. Il paziente così, piuttosto che ripiegarsi in se stesso e rimuginare circolarmente sul suo passato, acquisisce fiducia nelle proprie potenzialità e capacità e può sperimentare, nel setting protetto della scena terapeutica, un modus vivendi ed una forma mentis diversi e più positivi di quelli abituali, ma nel contempo non di pura fuga nella fantasia, bensì con una loro fattuale concretezza situazionale.

 

Ic. L’approccio integrato ART - TA

L’Arteterapia si giova di un 'approccio integrato' col Training Autogeno (TA) nella sua formulazione classica: come altre Tecniche di Rilassamento (TR), esso non ha soltanto il pregio di indurre un immediato stato di autodistensione psichica necessario per il trattamento di alterazioni neuropsichiche e di reazioni ad etiopatogenesi psicogena; proprio perché in grado di cogliere il rapporto psiche-soma nelle sue ristrette correlazioni funzionali, il TA costituisce un vero strumento terapeutico, che mira al recupero e alla mobilitazione di energie bloccate, alla decostruzione di resistenze ai normali equilibrî vitali, al decondizionamento di patologie già instaurate.

Il TA si svolge a tre livelli: il primo è quello ‘di base’, come semplice ‘tecnica di rilassamento’; il secondo è  quello ‘superiore’ o ‘proposizionale’: esso si fonda sulle ‘formule proposizionali’, tese ad autosuggestionare a partire da problematiche individuate attraverso la discussione fra il terapeuta o ‘maestro’ ed il paziente o ‘praticante’: esso funziona a mo’ di autoipnosi; il terzo è quello ‘sublime’, che è di livello ‘analitico’: il materiale emerso durante il training e quello sviluppato nel corso di un’analisi condotta in margine alle sedute autogene ma comunque secondo le metodologie classiche vengono analizzati e convertiti in una ‘formula proposizionale’ che non sia solo autosuggestiva, ma anche capace di interagire e influire su aspetti profondi (inconsci) della personalità.

 

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